Ricordare significa rileggere il passato renderlo attuale per ricevere nuove emozioni e stimoli, rinnovata linfa, anche a distanza di tempo, se il nostro ricordo appare più fievole e, in qualche modo, un po’ sbiadito coinvolti come siamo nel ritmo impetuoso della nostra esistenza.
E’ un dovere, "fare memoria" poiché è un insopprimibile bisogno del cuore lenire una ferita che non riesce a rimarginarsi.
E’ necessario "ricordare" perché ciò che è avvenuto non vada a perdersi il ricordo, che siamo chiamati a coltivare e a tramandare alle generazioni future, ben più significativo e impegnativo di quello testimoniato dai monumenti e dalle lapidi.
Il vero ricordo consiste nel ritornare a quei giorni di buio e insieme di solidarietà, per ritrovare la strada che permette di tramutare la morte in vita e di camminare nella speranza.
Sono riflessioni che mi derivano nel momento di ricordare le figure di Antonio Savoldi e Marco Federico Cò, manerbiesi che hanno servito con convinzione e lealtà la Patria consapevoli del loro dovere di soldati nell’Aeronautica Militare.
Entrambi vittime di incidenti di volo mentre sperimentavano nuovi velivoli e aggiornando sistemi di difesa.
Antonio Savoldi, tenente colonnello pilota, è morto il 5 luglio 1973 nella base sarda di Decimannu.
Marco Cò ha perduto la vita al largo di Porto Empedocle il 20 agosto 1999; era maggiore pilota del 156° stormo dell’Arma Azzurra e la notizia della sua morte arrivò mentre iniziava il torneo internazionale di tennis di quell’anno.
Manerbio li ricorda per il servizio che hanno reso all’Italia del tricolore e alle loro famiglie.
Bruno Scartapacchio, generale della riserva aeronautica, mi ha parlato recentemente di Antonio primo in tutto: nel corso per allievi all’Accademia di Pozzuoli, nei rapporti con i colleghi ed i militari in genere, in diverse esperienze non ultima quella al centro spaziale Usa in Florida, che gli consentì il volo suborbitale, Di Marco Federico Cò mi parla spesso suo padre, Giacinto.
Ed è memoria affettiva per quel periodo passato a Gioia del Colle, in quell’aeroporto dove nel 1915, durante la prima Guerra Mondiale, vennero schierati velivoli per un’azione ai danni dell’Austria.
"Ero laggiù, nella Puglia piana, nel campo destinato alla mia dipartita per le Bocche di Cattaro, in quella Gioia del Colle che io rinominai Gioia della Vittoria".
Lo scrisse nel 1922, nel suo italiano aulico, Gabriele d’Annunzio, ricordando l’impresa del 1917, allorché fece irruzione sulla flotta austroungarica alla fonda in Dalmazia.
"Non dovete aver alcun dubbio", aveva detto il poeta ai suoi uomini prima del decollo, aggiungendo: "Tutti arriveremo al bersaglio.
Tutti ritorneremo al campo.
Siatene certi.
Se la nostra volontà è diritta, la bussola non c’illuderà; se la stella del nostro cuore è fissa, la deriva non ci falserà la rotta".
Il grande aeroporto militare di Gioia oggi ospita velivoli ipertecnologici, è lo stesso che nel 1917 ospitò quindici preistorici biplani Caproni a tre motori, al centro di una delle clamorose imprese del battagliero Vate.
Era grande impresa anche quella di Marco Cò ogni volta si poneva alla cloche consapevole del suo dovere di servitore dello Stato e della Nazione.
Dei giovani manerbiesi che non furono eroi, ma esemplari cittadini per i giovani d’oggi che preparano il loro futuro.
Il merito di ricordarli è di Gianni Saldini da 35 anni alle prese con l’organizzazione del Challanger ATP che pone Manerbio ed il Tennis Club all’attenzione del Mondo grazie al contributo di molte imprese tra le quali la "Dimmidisì" dei fratelli Battagliola generosamente sensibili ed altruisti.
Franco Piovani